Libri.

Qualche tempo fa ho letto una frase che diceva: “Molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento“.

Come quella volta che sono entrata in libreria per comprare un libro e sono uscita con “Norvegian Wood” di Murakami tra le mani, senza sapere che quel libro mi avrebbe fatto aprire gli occhi sul fatto che dovrei aprirmi di più con le persone, che poi erano le stesse cose che mi avevi detto tu in maniera meno romanzata una sera seduti su una panchina. Dopo quella lettura ho provato in tutti i modi di aprirmi, ma qualcosa non me lo rendeva possibile, io non lo rendevo possibile e per questo ti ho perduto.

Ora che sto cercando di superare la fase di lutto classica che segue una rottura ho trovato un nuovo libro, nel momento del bisogno. Sta insegnando (o ricordando) a questo cuore freddo e cinico quanto possa essere bello ma doloroso e terrificante allo stesso tempo innamorarsi di una persona, ma non l’innamoramento razionale cui sono abituata, no, quello irrazionale, che ti sconvolge e che ti porta a fare cose e a SENTIRE cose che non hai mai provato prima, ti mette in gioco e scardina ogni tua conoscenza. E quando scopri di essere ricambiato e si inizia ad entrare in intimità, ti spoglia di tutto, ti porta ad annullarti, porta via anche la cosa più personale che possa esistere, il tuo nome, per poi darti quello dell’altro, a sottolineare le due anime che si fondono, tu sei lui e lui è te: Call me by your name and I’ll call you by mine”.

 

 

 

 

 

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Una gioia (mai).

Oggi è stata una bella giornata, la vista fuori dalla mia finestra ricordava la primavera e gli alberi sotto casa iniziano a far comparire i primi timidi germogli, quindi mi sono messa a studiare con il sole che mi riscaldava la faccia attraverso i vetri e, nonostante la mole inquietante di studio, ho abbozzato una parvenza di sorriso.

Proprio per questo mi sono appropinquata in cucina per preparare la cena con un umore quasi normale, un po’ malinconico come qualche mese a questa parte, ma sempre meglio della zitella acida che sono solitamente.

Ma poteva durare? Ovvio che no: arrivata in cucina trovo coinquilina Uno che fa le prove del dolce che cucinerà per San Valentino al suo ragazzo e nel mentre racconta a coinquilina Due cosa faranno e i posti che vuole visitare con lui a Firenze.. e a me prende male.

Perché San Valentino non è solo la festa degli innamorati per me, sarebbe stato anche il nostro anniversario e questa cosa è arrivata come un pugno allo stomaco, come se non bastassero tutte le pubblicità che mi tormentano giorno e notte alla tv, radio, facebook e chi più ne ha più ne metta. E quindi la mia mente è tornato all’anno scorso, che freddo che avevamo fatto.. ma io volevo andare al mare perché il rumore delle onde mi rilassa e tu non avevi fatto nulla per opporti, anzi secondo me nemmeno lo sentivi il freddo, come me del resto, perché su quella panchina, tra le tue braccia, ci stavo veramente bene.

E avrei dovuto dirti tutte queste cose quando ne avevo l’occasione invece che tenermi tutto dentro, invece che fare sempre la razionale e non volermi lasciare andare perché tanto sarebbe finito tutto come sempre, quindi perché provarci quando si è sconfitti in partenza? Invece con te poteva funzionare, per una volta. E invece no.

“E tu che fai invece?”

“Io mi sono lasciata qualche mese fa”

“Ah.. peccato, secondo me stavate bene assieme, proprio fatti l’uno per l’altro”.

Grazie.

Che periodo del cazzo Febbraio.

Vuoto a rendere.

Sono 20 minuti che fisso lo schermo del pc.

Volevo scrivere un qualcosa di struggente e malinconico, qualcosa per far capire quanto mi manchi, quanto mi stia pentendo dei miei sbagli.. ma a che fine? Servirebbe a portarti indietro da me? Nemmeno sei a conoscenza di questo blog e mai lo sarai, quindi non ha senso.

Ma allora perché continuo a scrivere sul blog? Per alleggerire la mia testa dai pensieri di piombo che sovraffollano un minuscolo spazio vitale.

Ma stasera no.

Stasera fisso il foglio bianco.

Stasera la mia testa è vuota. Ovattata.

Non riesco a pensare a niente, eccetto qualche stralcio di vita vissuta con te e alcune fantasie su come sarebbe potuto essere il prosieguo. Ma sono cose che per il momento non riesco a trascrivere nella maniera giusta.

Le lascio qui, sospese nella mia testa e forse, chissà, già domani saranno più chiare e trasformabili in parole.

Per ora Buonanotte, che è tardi.

Gesti.

I ricordi che fanno più male sono quelli improvvisi: tu sei tranquilla e sommersa nelle faccende quotidiane quando eccolo, il ricordo, portato alla mente da quello che per gli altri è un semplice gesto, un oggetto o una parola.

Come oggi, mentre gonfiavo il materasso per gli ospiti, ho realizzato che era tanto non lo usavo e l’ultima volta era proprio per te, hai percorso centinaia di chilometri per stare con me solo per una sera, una bella sera che è diventata meravigliosa nel momento che hai oltrepassato il cancello della festa.

Avessi saputo era l’ultima volta avremmo dormito assieme ti avrei stretto più forte.

Sorridi.

Siamo la generazione internet, quella generazione in cui tutti sanno tutto di te, ti seguono su Twitter, leggono i tuoi post su Facebook, vedono le tue foto sorridenti su Instagram, ma alla fine nessuno ti chiede come stai. Perché a nessuno viene in mente che una persona può star male dentro se davanti a te sorride.
Depressione col sorriso, così la chiamano loro.
Maschera per la società, la chiamo io.
Quella maschera che vesto per evitare domande scomode o ramanzine come “cos’è quel muso lungo e fattela una risata ogni tanto”, come se fosse un crimine essere giù di corda.
E quindi eccomi qui, con la mia bellissima maschera a 34 denti tutti in bella mostra, stando attenta a non esternare nessun sentimento, solo felicità, perché per la gente devi essere sempre felice.
“Eh ma gli occhi?”
Gli occhi sono quelli che mi fregano, è vero. Ma tanto la gente non li guarda più gli occhi di chi gli sta davanti, preferisce uno schermo, quindi anche questa volta sono salva.

tirando le somme.

Ogni anno la stessa storia, al 30 di Dicembre scatta qualcosa nella gente che la spinge a dover tirare le somme dell’anno che sta per finire.

Solitamente non sono una persona che fa queste cose, magari qualche volta è successo che volessi scrivere qualcosa ma non me lo sono ricordato oppure semplicemente non voglio far sapere alla gente com’è stato il mio anno perchè sono convinta che la gente che c’è stata per me nei 364 giorni passati lo sa benissimo anche da sola, senza bisogno di leggerlo.

Quindi vi chiederete “perchè questo post allora se non vuoi tirare le somme?”. Questo post p fatto perchè voglio fare un augurio a me stessa, senza dover guardare a quello che è stato ma a quello che sarà.

E quindi, cara la mia M. ti auguro un 2018 normale, non estremamente felice, magari un pochino più felice degli ultimi tre mesi che hai passato, senza così tante crisi di pianto nè attacchi d’ansia.. ma non aspettarti che passino da sole solo con lo scoccare della mezzanotte, ti servirà un po’ di tempo, ma fatti forza perchè ne uscirai.

Ti auguro inoltre di riuscire finalmente a conquistare quel piccolo grande traguardo che è la laurea e, se tra un anno scriverai la stessa cosa, non disperarti troppo, in fondo a ognuno serve il tempo necessario, ma magari sii meno pretenziosa nei voti che così possiamo segnare qualche esame in meno.

Ti auguro infine di ritrovare la tua parte nel mondo, smettendo di odiare tutto di te stessa e soprattutto smettendo di darti la colpa per ogni cosa che ti è accaduta, per tutte le persone che sono uscite dalla tua vita e per tutte le volte che non ti sei sentita abbastanza. Ecco, si, voglio che in questo 2018 incominci a dirti che tu vali qualcosa e che ti meriti ogni cosa bella ti possa capitare, non solo quelle brutte, però è una cosa che puoi fare solo te, gli altri non possono aiutarti.

Ecco, questi sono i miei auguri, da una M. a un’altra.

Non chiedo di più a questo 2018 se non di mettere a tacere qualche demone di troppo.

Grazie e buon anno a tutti.

E poi il buio.

“Ma quindi vi siete lasciati?”

“sì”

“E tu come ti senti?”

“Hai presente quando sei a letto, hai la luce accesa e decidi di spegnerla per dormire? Ecco, mi sento così, come quando hai appena premuto l’interruttore e i tuoi occhi non si sono ancora abituati all’oscurità e quindi vedi tutto nero, senza nemmeno un’ombra. Però sai che non è una cecità assoluta, sai che presto o tardi i tuoi occhi si abitueranno e riuscirai a distinguere le sagome della stanza al buio, devi solo avere la pazienza di aspettare lì, preferibilmente sotto il piumone al caldo”.