DOVE CAVOLO SONO GLI OCCHI DEL MARE?

La prima volta che ho letto questa domanda è stata in un libro, per la precisione era un pittore  a chiederselo perché stava cercando di ritrarre da anni l’oceano ma non riusciva a trovare un inizio e conseguentemente una fine.

Da quel giorno me lo sono chiesta spesso anch’io e ho iniziato ad osservare con più attenzione il mare, il MIO mare, egoisticamente parlando. Dico “mio” perchè abito in una città di mare,  sono nata e cresciuta nei suoi pressi ed è diventato parte di me, tanto da soffrire di una sorta di mancanza fisica, quasi palpabile, quando sono costretta a stare a Siena o in qualsiasi caso lontano dalle spiagge. Ma onostante questo attaccamento che mi lega al suo frangersi sulle rocce, non sono ancora riuscita a trovare i suoi occhi e fisarli intensamente.

Ho creduto di averli trovati una volta, in Portogallo, guardando dall’alto del Padrão dos Descobrimentos: da lì si può vedere la linea tonda del confine tra cielo e mare, quella linea che ha illuminato  Colombo, portandolo a dire che la terra è tonda, andando contro le credenze del tempo e sfidando le più alte cariche esistenti all’epoca per perseguire un sogno, il famoso “buscar el levante por el ponente”.

Io non so se sono stata folgorata come Colombo o se era semplicemente un raggio di sole di tardo Settembre che si rifletteva nell’acqua, so solo che per un attimo, un breve ed effimero attimo, ho potuto fissare gli occhi del mare che si stagliavano all’orizzonte, di un blu mozzafiato con riflessi dorati, e loro guardavano me tanto intensamente come io guardavo loro, come se volessimo penetrare l’uno i segreti dell’altro, ma entrambi avevano negli occhi la stessa idea di libertà.

Quindi sì, posso dire di aver trovato gli occhi del mare una volta, ma erano quelli di una mare non mio, un oceano immenso e che può far paura talvolta. Gli occhi del mare con cui sono cresciuta non sono ancora riuscita a trovarli e chissà quando ci riuscirò; ma forse deve andare così, forse il mare ci mostra i suoi occhi solo se siamo stranieri, in una terra a noi sconosciuta e abbiamo nello sguardo la sete di conoscenza, quella sete che si può placare solo viaggiando e conoscendo altre culture che mai se ne andrà, tanto immenso è il mondo. Se è veramente così, cercherò di guardare i turisti più attentamente la prossima volta che andrò in spiaggia o farò una passeggiata in riva al mare, per riuscire a scovare nei loro occhi quel barlume momentaneo di libertà che ho potuto vedere una volta e non ho più ritrovato.

Peacefully here.

Se mi chiedessero come si può raggiungere la pace interiore, io risponderei loro di sedersi alla finestra, una sera d’estate, con le cuffie nelle orecchie e, cullata dalle note di un pianoforte, seguire con lo sguardo il vento che gioca con le fronde degli alberi e il volo delle rondini, così ordinato e volto a comporre geometrie che noi senza-ali non possiamo minimamente comprendere.

Se mi chiedessero cos’è la pace interiore per me, direi loro che è stare in riva al mare, con un libro in mano e la testa persa in una delle mille avventure narrate, cullata dal ritmico infrangersi delle onde sul bagnasciuga.

Se mi dicessero di andare a ritrovare un po’ di pace interiore, andrei in un luogo dove posso stare sola coi miei pensieri. a scrivere, disegnare o leggere, immersa nella natura, quella vera, non quella dei parchi cittadini, dove puoi sentire storie vecchie di secoli raccontate dagli alberi ed essere cullata da ninnananne dimenticate.