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Julio Coltazar.

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A te.

A te che mi hai vista crescere.

A te che consideravo come una seconda mamma, non solo una vicina di casa.

A te che mi facevi le trecce e mi comprati gli album di Barbie.

A te che adoravi viaggiare e volevi portarmi sempre via con te.

A te che volevi che mi fidanzassi con tuo figlio per costruire una scala tra i due appartamenti, così sarebbe stato più comodo.

A te che mi svegliavi la mattina con le tue urla arrabbiate contro Ale e Robi, ma mai contro il piccolo Joy.

A te che mi hai mostrato quanto una persona possa essere forte anche se alta solo un metro e cinquanta.

A te che mi hai insegnato come si affronta con dignità una malattia, senza buttarsi mai giù di morale.

A te, che l’ultima volta che ti ho abbracciata, eri così piccola e fragile da poterti cingerti completamente.

A te che te ne sei andata troppo presto.

A te, che so non vorresti vedermi piangere, ma non riesco proprio a trattenre le lacrime.

Mi manchi di già, tantissimo, e il palazzo è già più vuoto.

Tirocinio.

Seduta al bar, abbarbicata su quegli sgabelli tipici, aspetto con impazienza mal celata la mia compagna di corso che dovrebbe sbucare da un momento all’altro dall’ingresso principale: troppo alta, troppo bionda, troppo uomo.. “Dove diamine si sarà cacciata? è già in ritardo di 4 minuti!”. Che poi non è una novità che Vicky sia in ritardo, in fondo è la ritardataria del gruppo. Cavolo, avrei dovuto darle appuntamento quindici minuti prima!
Ormai sono arresa all’idea di arrivare in ritardo a tirocinio quando ecco che sbuca da dietro i pannelli pubblicitari: “Hey, scusa il ritardo ma oggi c’era un traffico tremendo e sono solo le 7 di mattina!”.
Dopo essersi scusata almeno una decina di altre volte capisce che dobbiamo muoverci e insieme ci dirigiamo verso la nostra prima volta in sala operatoria e un po’ inizia a stringermisi lo stomaco: sì perché io non mi sono iscritta a medicina con l’intenzione di fare chirurgia e ho un po’ paura di come potrei reagire, soprattutto perché siamo a cardiochirurgia e non ci hanno informate su cosa andremmo a vedere. Ommioddio, e se capita un intervento a cuore aperto? No, io svengo di sicuro, figuriamoci se reggo alla vista.. E se svengo? Cioè oltre alla figuraccia c’è anche il risciho di farmi male, oppure di sbattere contro qualche apparecchiatura o peggio ancora staccare dei fili! No, non posso farcela, una maldestra come me non può stare in un posto così delicato come la sala operatorio, ma cosa mi è passato per la mente quando mi sono segnata? Che poi io nemmeno voglio farla cardiochirurgia o chirurgia in generale! No, io non mi presento.
Tra questi pensieri che affollano la mia mente, arriviamo alla piastra operatoria dove un’infermiera gentilissima riconosce sul nostro volto la titubanza tipica di chi non è avvezzo a certi posti e, con fare quasi materno, ci mostra dove sono gli spogliatoi. Qui ci cambiamo, indossando le classiche tutine verdi, mettiamo cuffietta, copriscarpe e mascherina e siamo pronte per entrare in sala: ormai non ti puoi tirare indietro cara mia, conto alla rovescia: 3, 2, 1.. faccio un respiro e pigio il pulsante di apertura della porta. Ed eccolo lì, il luogo di cui ogni studente parla con fare quasi sacro.. Ad essere sincera lo credevo diverso, non so perché ma ho sempre immaginato una stanca totalmente bianca, asettica, piena di luci e con un religioso silenzio. E invece mi trovo circondata da quattro pareti con carta da parati di un discutibile verde oliva ( o, come ha detto la mia amica, verde vomito) e con “Hotel California” in sottofondo, emessa da uno stereo con tanto di effetti luminosi.
La visione della stanza mi rilassa e capisco che tutte le mie paure erano fondate su leggende metropolitane che si tramandano di studente in studente: i fili sono persino messi in modo tale da non poter inciampare!
Con tutta la calma del mondo mi metto nell’angolo indicatomi dal professore per poter assistere all’intervento: è la mia prima volta in sala e voglio ricordare più dettagli possibili perché chissà, magari ne potrebbe uscire anche una bella storia da conservare gelosamente e raccontare ai futuri studenti di medicina che, come me, saranno terrorizzati e cercheranno di essere rincuorati.