In treno (incontro #2)

Sono le 6 di pomeriggio, seconda classe, treno regionale, viaggio interminabile. Prendo posto nel senso di marcia, rigorosamente a destra e lato finestrino, per la mia tendenza un po’ ossessiva-compulsiva di fare sempre le solite cose. La fermata dopo salgono una decina di persone in totale che si sparpagliano per tutta la lunghezza del vagone non occupando i posti liberi vicini.

Tutta contenta di non dover condividere il minuscolo spazio vitale offerto dai quattro sedili con degli sconosciuti, cosa che mi crea non poco disagio, allungo comodamente le gambe e mi metto a leggere un libro; ma non faccio in tempo a rilassarmi che arriva un ragazzo e si siede proprio di fronte a me, con tutti i posti liberi del vagone!

Scocciata mi reimmergo nella mia lettura e, convinta mi possa aiutare a concentrarmi, metto le cuffie e accendo il lettore mp3 ad alto volume. Ma non basta, perchè la sua presenza mi imbarazza: è sempre così, per me è strano fare un viaggio con uno sconosciuto, guardarci sfuggevolmente negli occhi, quasi scambiarci verità silenziose, per poi abbandonare il treno senza salutarsi.
 E mentre nuoto in questi pensieri, la curiosità, come sempre, prende il sopravvento sulla mia parte “sociofobica” e inizio a pensare alla sua storia: alto, muscoloso, mani sciupate dal lavoro (probabilmente muratore o comunque un lavoro dove serve un certo sforzo fisico), occhi colore del ghiaccio, capelli biondi, tratti somatici dell’Est, non piu di vent’anni. Ed ecco che la mia mente parte per la tangente e si immagina il suo passato: padre assente per motivi ignoti, probabilmente morto ad essere pessimisti, madre che doveva lavorare fino allo strenuo delle sue forze per mantenere la famiglia: il giovane Sergej (lo so, è uno stereotipo.. ma la mia mente non è al massimo della lucidità alle 6 del pomeriggio), poco più che quattordicenne, si convince che non è possibile vivere in quel modo, sente parlare gli adulti che nel resto d’Europa si sta meglio e decide di scappare, prende una cartina, chiude gli occhi e punta il dito, destinazione Italia.
Con vari sotterfugi, passaporti al limite del legale e tanta fortuna, due anni più tardi riesce a raggiungere l’ambita meta e inizia subito a darsi da fare, cercando di imparare la lingua e trovandosi un lavoretto, giusto per potersi mantenere e, perchè no, racimolare qualche soldo da spedire alla madre. E così eccolo qui, quattro anni dopo, al ritorno dal suo lavoro che tanto lo rende orgoglioso quando ne parla alla madre lontana in quelle rare conversazioni al telefono o nelle lettere.
Ha nostalgia di casa, gli se lo legge negli occhi: in quei due profondi laghi si vede la malinconia per il suo paese e per l’infanzia che gli è stata rubata dal senso di dovere e dall’amore per la sua famiglia.
A un certo punto mi rendo conto che ho volato troppo di fantasia e che l’ho fissato per tutto il tempo, lui se n’è accorto: lo capisco dal modo in cui mi guarda di sottecchi. Sta cercando di valutare la mia sanità mentale, me lo sento, e probabilmente ha optato per “sociopatica”.
Imbarazzata al massimo distolgo lo sguardo e continuo a leggere, pensando che, in fondo, è per colpa di persone che fissano come me che provo tanto imbarazzo nel condividere un posto in treno, e da oggi lo sarà anche il mio amico Sergej o quale altro sia il suo nome.
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Al cinema (uomo #1)

Un uomo si siede nell’unico posto rimasto vuoto nell’ultima fila del cinema, in mezzo a coppiette  e a rumorosi gruppi di amici. Ha la pelle abbronzata, siamo ad Agosto e la mia è una città di mare, le sue mani si muovono irrequiete e i suoi occhi sono arrossati.

Chissà cos’ha spinto quest’uomo a venire al cinema da solo: probabilmente è un grande appassionato del mondo dei fumetti e non si poteva certo far mancare l’ultimo film su Batman. Si, ma come mai è da solo? Non ha un figlio o una figlia col cui condividere la sua passione? O una moglie, amica, amante tanto paziente e innamorata da accompagnarlo a vedere quello che lei crede un film di una noia mortale perchè lontano anni luce dai suoi gusti?

Forse è divorziato e i figli non lo vorrebbero vedere mai se non fosse per quei giorni “obbligatori” decretati dal giudice; oppure il figlio è uscito con la fidanzata oppure con una tipa appena conosciuta e di certo non vuole farsi sfuggire un’occasione simile solo per andare al cinema col suo vecchio, che fa anche poco macho, oltretutto.

Oppure potrebbe essere un uomo lontano da casa a causa del lavoro e, pur di non stare in uno squallido albergo di provincia, si è concesso una serata di svago, scappando per qualche ora da quelle pareti che non riesce a chiamare e NON sono casa, affondando nei problemi di qualcun altro, per la precisione il bel divo di Hollywood del film, che se la caverà anche questa volta. Lui se la caverà, non tu. Perché si sa, la vita non è un film e appena torneranno le luci in sala i problemi saranno lì dietro l’angolo, pronti a riportarti alla realtà.